C’era una
volta… così iniziavano le favole
che allietavano le nostre serate… e così
vuole iniziare il racconto sulle origini e sullo sviluppo
di quello che oggi è conosciuto come Educatorio
della Provvidenza.
Tanti anni fa, siamo agli inizi del 1700, Torino era
la capitale del regno dei Savoia. Sua Eccellenza Reale
Amedeo II era Re di Sardegna, Cipro e Gerusalemme, Duca
di Savoia, di Monferrato e Principe del Piemonte.
La città di Torino, dopo tanti anni di guerra,
incominciava ad ampliarsi e abbellirsi; Duchi, Marchesi,
Conti e abili commercianti, seguendo l’esempio
della famiglia reale, cominciarono a costruirsi abitazioni
degne del loro rango e del loro censo.
Avere a disposizione una moltitudine di personale di
servizio, rinforzava il prestigio di una casa. Non era
difficile trovare servi per svolgere i ruoli più
umili. La città e le limitrofe campagne, pullulavano
di povera gente, disposta a svolgere qualsiasi mestiere
pur di poter contare su di un piatto di minestra assicurato.
E sì, in quel periodo, morire di fame non era
per niente un’eccezione, così com’era
certo che gli unici che sapevano leggere e scrivere
erano i nobili, i loro figli primogeniti ed il clero.
Per far fronte a questa situazione di povertà
estrema e di analfabetismo diffuso, a Torino, da sempre
sensibile alle iniziative di carità, vi erano
alcune opere meritorie, come l’ospedale di San
Giovanni (secolo XIV), la Compagnia di San Paolo, il
Monte di pietà, l’Albergo della Virtù,
l’ospedale dei SS. Maurizio e Lazzaro, il Monastero
delle povere orfane, la Compagnia della Misericordia,
la Piccola Casa della Divina Provvidenza (sec. XV-XVI-XVII),
che cercavano di arginare il degrado sociale provocato
dalle povertà estreme e dalle malattie.
Nel 1720, la Marchesa Gabriella Du Vache de Châteauncuf,
consorte del marchese de La Pierre, spinta dal desiderio
di far del bene a povere fanciulle, desiderose di apprendere
e di lavorare, cominciò ad accoglierne qualcuna
nel proprio palazzo, insegnando loro a ricamare. In
rapporto all’utile che ricavava dal loro lavoro,
la Marchesa dava alle ragazze che frequentavano la sua
scuola qualche soccorso. Visto l’aumentare del
numero delle fanciulle che chiedevano di essere ammesse
a questa scuola, la Marchesa nel luglio 1722 affittò
due locali, nell’attuale Via Verdi, per creare
un piccolo laboratorio scuola.
Il 7 agosto 1722, giorno di San Gaetano, santo fondatore
di un Istituto tutto appoggiato sulla Santissima Provvidenza,
la pia signorina Ludovica Ambrosia si sentì ispirata
ad accettare il mandato di dedicarsi per tutta la vita
al nascente Educatorio della Provvidenza ed alle sue
figlie. L’8 agosto, Padre Gosso, senza alcuna
solennità, ma con profonda pietà, inaugurò,
benedicendola, la prima sede dell’Educatorio.
Il successo dell’iniziativa fu immediato. Sempre
più giovani chiesero di essere ospitate nel laboratorio-scuola,
che nel frattempo era divenuto anche convitto per venire
incontro alle esigenze di abitazione delle ragazze.
Negli anni che si susseguirono, pur fra mille difficoltà
economiche, l’Educatorio continuò a trasferirsi
in case sempre più grandi per poter meglio soddisfare
le esigenze di ospitalità e venire incontro alle
mutate esigenze delle “poverine”. Le ragazze,
grazie al loro impegno, si mantenevano e percepivano
un quinto del ricavato dalla vendita dei lavori eseguiti.
Questo stile innovativo di fare assistenza avvicinò
all’opera diversi benefattori. Tra questi il banchiere
torinese Bogetti, il canonico Giannazzo, il conte Birago
ed il commerciante Borbonese. Grazie a loro, e alle
loro donazioni, il 4 maggio 1735, il Re Carlo Emanuele
III decretò l’erezione in opera stabile
e perpetua dell’Educatorio della Provvidenza.
Da quel momento le ragazze, oltre a conoscere l’arte
del ricamo, ebbero la possibilità di imparare
anche a leggere e scrivere ed ad aver nozioni di economia
domestica. Ciò amplio l’utenza in maniera
esponenziale, sino ad arrivare negli anni 1900 ad oltre
85 convittrici e 834 studentesse. Fra queste, molte
erano di ottima famiglia e potevano pagare delle rette
necessarie a garantire il sostentamento delle meno fortunate.
Nel 1930, l’Educatorio abbandonò la sede,
nella quale era sistemato dal 1749, di via XX Settembre
(ora sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino),
per trasferirsi nella periferica ex Piazza d’Armi
(ora isola pedonale della Crocetta). Si disse che sarebbe
stata una scelta eccentrica e perdente. I pessimisti
ebbero torto. Ragazze d’ogni d’onde iniziarono
a frequentare, nella nuova sede, l’Educatorio,
che nel frattempo si era adeguato ai cambiamenti della
società, offrendo servizi che andavano dall’asilo
infantile, ai corsi Magistrali, sino a quelli Liceali,
mantenendo comunque, per chi proveniva da famiglie meno
abbienti il Convitto e le rette gratuite.
Negli anni del boom economico, nella città conosciuta
nel mondo per la produzione delle automobili Fiat, l’Educatorio
continuò a ritagliarsi un suo spazio rilevante
nell’ambito della cultura e dell’assistenza,
ospitando nel suo convitto anche le giovani universitarie
e continuando ad offrire i propri spazi al mondo scolastico
cittadino, aprendoli anche agli studenti di sesso maschile.
Negli ultimi anni del XX secolo, l’Educatorio,
scosso dalla grave crisi delle istituzioni culturali
private, decise di iniziare una lunga riflessione sul
suo futuro, arrivando a modificare il suo statuto e
le sue strutture per adeguarsi, ancora una volta, alle
mutate esigenze della società.
Senza grandi pretese scientifiche, ma con il desiderio
di essere uno strumento utile alla società, prima
di avviare una qualsiasi azione di rilancio, l’Educatorio
decise di chiedere ad un campione di persone che frequentavano
il territorio limitrofo alla sua sede, quali servizi
avrebbero desiderato o considerato utile istituire nella
struttura.
Dall’analisi dei risultati ottenuti nacque un
nuovo progetto operativo che a tutto oggi è l’ago
della bussola per indirizzare iniziative e servizi.
Non più gestione di scuole, ma ideazione e cura
di un centro di aggregazione intergenerazionale, interculturale
ed interconfessionale, che sapesse essere anche un centro
di servizi per la promozione della cultura, delle arti
e delle scienze umane. Uno spazio funzionale, possibilmente
bello, ma soprattutto, un centro di ascolto per chi
ha delle difficoltà e per tutti coloro che sono
i portatori di quel disagio diffuso che sempre più
pervade la nostra società, accelerata e meno
attenta ai bisogni dell’uomo. Uno spazio pensato
per prevenire i tanti disagi dell’uomo senza aspettare
che si conclamino in improvvise o prevedibili patologie.
Come tutte le favole che si rispettino, anche la storia
di quello che è divenuto uno dei più antichi
enti di Torino, contiene una morale: per operare è
importante rendersi partecipi dei bisogni dell’uomo
e informarsi su ciò che sta accadendo in quel
dato momento, costruendo azioni profetiche, giuste per
l’oggi, ma capaci di modificarsi per il domani. |